Luciano Ponzio
DIFFERIMENTI
ANNOTAZIONI PER UN NUOVO SPOSTAMNETO ARTISTICO
Mimesis, Milano, 2005, 84 pp.

Differimentismo: l'arte dei segni che riflettono
Recensione di Manuela Messina
Differimenti. Annotazioni per un nuovo spostamento artistico (2005, Mimesis) di Luciano Ponzio non si presenta come un testo esplicativo dell’arte pittorica dell’autore – poiché descrivere un dipinto non ha senso dato che la pittura in quanto arte rientra nell’ineffabile e “non c’è niente dietro la superficie dei quadri, tutto è lì, non manca nulla! Sotto la propria scorza, la pittura iconica non teme alcuna scottatura e si lascia guardare solo di traverso” (L. Ponzio 2005: 67) – e neppure come un vero e proprio Manifesto. Differimenti si presenta, invece, come una successione cronologica di appunti, di annotazioni, che nello spazio temporale dal 2000 al 2005 hanno accompagnato la produzione pittorica di Luciano Ponzio. Il Differimentismo è il nome che Luciano Ponzio ha dato al suo orientamento artistico sperimentale, l’origine del termine guarda alla questione della differenza quale fulcro dell’alterità, quale constatazione etica del valore della soggettività e del rifiuto della logica dell’identità, del rifiuto della logica dell’appartenenza, quindi del rifiuto della cancellazione delle differenze operata dalla odierna fase della globalizzazione-omologazione. “L’artista più di tutti”, dice L. Ponzio:
ha il compito di creare segni differenti, differenti prima di tutto da quanto è funzionale all’omologazione del mercato e della comunicazione globale, in questo senso capaci di differimento, di rinvio al di là dell’attuale, arricchendo e rinnovando continuamente sia l’arte sia la vita.
L’artista per vocazione sa porsi al di fuori dell’attuale, della contemporaneità così da rimanere immune da questa omologazione e refrattario all’inganno dei segni della differenza (8).
Il testo si spiega in undici capitoli: Differimentismo. Annotazioni per un nuovo spostamento artistico; Somiglianza e differimento; Cieli di luce; Visione, de-scrittura, alterità. Tre tesi su arte e vita; Visioni artistiche; Corteggiatori della realtà; Schiaffo al mondo idolatrico; Pensarla altrimenti; Contraidola; Sulla nave dei folli. Benvenuta follia!; Io sono un’icona. Ognuno di questi capitoli è come la polvere colorata del mandala, impalpabile poiché fuori dalla realtà comune eppure tangibile nella sua evidente riflessione sull’abbrutimento messo in atto da tale realtà:
l’artista, ponendosi fuori dalla vita senza però rimanervi indifferente, potrà vincere tutto ciò che, altrimenti lo omologherebbe, circoscriverebbe, che ne ridurrebbe la forza, la creatività artistica espressiva […]. L’arte non è di questo mondo, anche se intensamente in questo mondo vive, non si lascia rinchiudere in questo periodo storico che la limiterebbe e ne ridurrebbe la forza del suo atto a un tempo piccolo” (ibidem).
Scrittura e pittura si fondono per via della, e nella, loro forma originale, primigenia. L’origine della scrittura che non sia trascrizione e della pittura che non sia rappresentazione si potrebbe trovare in una forma evoluta del rapporto tra langue e parole, in un rapporto fluido tra peinture-écriture; entrambi vivono di inarrestabile autonomia rispetto a chi li crea e a chi li coglie. Si tratta di segni che sfuggono la fissità del significato, si tratta di segni che si intrecciano in testi materialmente chiusi dalla tela o dalle pagine, ma irrimediabilmente aperti al “panico” dello sguardo.
Nella visione artistica vi sono parole senza definizioni, senza oggetti nitidi, senza idoli – la riproduzione non è in suo potere. Qui nessuna parola isolata ha un senso; semmai un’immagine qualsiasi viene condotta al differimento per metamorfosi, per trasmigrazioni. […] Pittura e scrittura si affascinano e si corteggiano reciprocamente da tempo (62).
La pittura, la qualità intrinseca della pittura che non è rappresentazione ma raffigurazione sta tutta nella pratica pittorica metaforica dei disegni della luce in Cieli di luce, dove appunto si tratta di “raffigurare l’irrappresentabile” e quindi in un certo senso l’indicibile, l’impalpabile, lo sfuggente, l’infinito movimento della materia immateriale, “il muoversi fissato” dell’elemento vita.
Luciano Ponzio utilizza le categorie interpretative e linguistiche della semiotica per cercare di tradurre in segni verbali i segni pittorici che sono:
Segni avulsi dal significato monologico così come tutta l’arte è avulsa dalla rappresentazione […] segni che dialogano tra loro, aperti ad ogni significato, equivoci, interpretabili e non interpretati, segni iconici e non idolatrici, segni raffiguranti e non rappresentanti, segni d’immaginazione e non d’immagine (9 corsivo mio).
Questa “resa” verbale del pittorico è però assolutamente lontana da una volontà di teorizzare la propria pratica pittorica, è lontana dalla volontà di pietrificare l’oggetto peinture attraverso la sua nominazione-dominazione. È per questo che non si può parlare di manifesto artistico, nel testo di L. Ponzio non c’è alcuna prescrizione né descrizione bensì si assiste a quella fusione tra peinture-écriture in cui l’interpretazione è il motore di ogni movimento, di ogni “nuovo spostamento”. La pittura, “come complesso segnico, è scrittura […]. Lungi dalla pretesa di riferire l’oggetto, la pittura è scrittura non-strumentale, è scrittura infunzionale, gioco insensato” (43).
In Luciano Ponzio testo pittorico e testo verbale sono forme di scrittura sincroniche, traduzioni intersemiotiche senza originale in una “sperimentazione senza fine”, in un rincorrersi di doppi e di angolazioni di visuale multiple e distorte.
“Segni di immaginazione e non d’immagine”, questo potrebbe essere il compendio iconico-ironico-onirico dello sguardo e del tratto di Luciano Ponzio.
(Bari, febbraio, 2006)