Una versione di questa recensione di Emanuele Dell'Atti intitolata L'arte e i segni "fuori servizio". L'opera pittorica come "lavoro di traduzione", è stata pubblicata su ARTEeLUOGHI, Lecce, aprile 2006, p. 16.
Luciano Ponzio
DIFFERIMENTI
ANNOTAZIONI PER UN NUOVO SPOSTAMNETO ARTISTICO
Mimesis, Milano, 2005, 84 pp.

Differimenti
Recensione di Emanuele Dell'Atti
Nell’attuale organizzazione sociale è irrinunciabile, per l’artista, assumere un onesto atteggiamento critico, prendendo, per così dire, le distanze dalla contemporaneità del mondo, pur rimanendo inevitabilmente coinvolto e responsabile in esso.
“Segni che differiscono, non segni di differenza!”, questo è il motto con cui su apre questo recentissimo lavoro di Luciano Ponzio.
L’autore del volumetto-manifesto, diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, svolge la sua attività di ricercatore presso l’Università di Lecce, occupandosi di semiotica del testo artistico, segnatamente delle avanguardie russe (K. Malevic) e si muove, da artista, nell’ambito di quella cornice teorica da lui stesso battezzata “differimentismo”.
L’artista, scrive Ponzio, “ha il compito di creare segni differenti, differenti prima di tutto da quanto è funzionale all’omologazione del mercato e della comunicazione globale”. I segni differenti, in tale prospettiva, sono segni capaci di differimento, cioè di “rinvio al di là dell’attuale”, poiché l’artista è colui che dell’attuale non resta prigioniero.
I “segni differenti”, nell’uni-verso dell’esistente, sono segni altri; essi vivono nel tempo grande della storia e non impongono la loro differenza, al contrario di quanto accade con i segni di identità (linguistica, religiosa, etnica) portatori di quel carattere distruttivo, la cui massima e inumana espressione è la guerra.
I segni dell’arte, in questo senso, sono “segni fuori servizio”, sono segni che “non servono”, nella misura in cui non sono asserviti a logiche di dominio che con l’arte nulla hanno in comune, e l’artista è, per eccellenza, il disertore della realtà come rappresentazione.
Lo sguardo dell’artista, sostiene l’autore, è uno sguardo capace di distanziamento dalla vita stessa, per evitare di rimanere intrappolato dentro l’attuale che genera appiattimento o, per reazione ad esso, rivendicazioni identitarie. Lo sguardo dell’artista nei confronti della vita è “come lo sguardo indiretto di Perseo” che, “attraverso il riflesso dello scudo, vinse la pietrificazione di Medusa”.
Sulla base di queste decise considerazioni, Ponzio prende in esame un particolare settore dell’arte, quello dei segni pittorici che lo riguardano da vicino. “I segni pittorici, scrive, s’innestano nella tela regolare della vita con un loro specifico distanziamento […] dalla rappresentazione, dalla pura e semplice trascrizione”. Essi sono come i breaks del jazz che interrompono la fluidità o l’omogeneità dal brano, pur attenendosi ad esso, per creare un effetto differito. La pittura non rappresenta, non riproduce il reale: i segni pittorici si basano sulla “somiglianza senza originale”, sono, con una terminologia tratta da Peirce, degli “interpretanti iconici”. In quanto tali, essi non cercano di fissare l’oggetto una volta per tutte; al contrario, l’opera pittorica ha la capacità di “ossessionare il mondo degli oggetti”, di rompere le monotonie. Essa, in quanto “gravitazione di segni”, si muove in spazi supposti capaci di differimento e di distanziamento dall’attuale, perciò, non aderendo al mondo ma indicando invece nuove strade da percorrere, si affaccia su nuovi mondi possibili. E’ qui la dimensione etica e responsabile dell’arte.
L’opera pittorica, dunque, non è opera di riproduzione ma lavoro di traduzione, di infinite fughe e rimandi ad altro. In quanto “gioco insensato” che rifugge da ogni segno idolatrico che inchioda l’uomo nella ripetizione dell’identico, essa è scrittura e non mera (tra)scrizione, essa è, con le parole dell’autore, “fremito di senso […], perdita di controllo, vacillamento e perturbamento di un mondo chiuso orgogliosamente in se stesso e imbalsamato nell’identità distruttiva” generatrice di odii e guerre.
L’arte è superflua, è “un’opera che non opera”, è infunzionale e, perciò, umana e vitale, giacchè reclamare il diritto all’infunzionalità significa reclamare il diritto alla vita.
Il lavoro inoltre avvia, attraverso dieci tavole dello stesso autore e con la consapevolezza che ogni discorso sulla pittura è sempre un discorso approssimativo e riduttivo, una riflessione sulla “iconografia della luce” e, in ultima analisi, mette capo (sulla scorta del fatto che l’arte non è un optional della vita ma è visione del mondo) all’idea regolativa di una “Babele felice” dove convivono tutte le differenze, dove non esiste una sola parola, un solo linguaggio, dove cioè non vige un’orwelliana Neolingua, ma una contaminazione di sempre nuovi linguaggi capaci di differimento.
(Lecce, dicembre, 2005)